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Secondo il mio modo di vedere le cose, non può esserci arte senza tensione, inquietudine o sofferenza. Da Caravaggio a Banksy, l’estro e la grandezza stanno nel fluire all’esterno delle proprie tensioni individuali. Le quali a loro volta possono essere fatte fortemente vibrare dalle circostanze esterne, fatti amorosi, politici, sociali.

Chiunque abbia una forte interiorità è artista in potenza. Forse non lo sa, forse non è ancora riuscito ad esprimere questa forza, ma chiunque abbia una spiccata sensibilità è in cuor suo un artista.

E soffre. Ed è più degli altri condizionato dai fattori esogeni della vita, che vengono tradotti in volti, nature morte, paesaggi, tensioni pittoriche o poetiche. Se Saffo non avesse amato, non sarebbe Saffo:

Se ora fugge, presto ti inseguirà:
se non accetta doni, te ne offrirà:
se non ti ama, subito ti amerà
pur se non vuole

Se Bacon non avesse vissuto l’infanzia che ha vissuto, non sarebbe Bacon (e non avrebbe detto “Ho sempre sognato di dipingere il sorriso, ma non ci sono mai riuscito“).

Qualunque vincolo stringesse questo flusso spontaneo di esistenza e reazione all’esistenza, comporterebbe una modifica irrimediabile alla natura stessa del prodotto di questo flusso. Il committente che incalza il pittore non capisce che sta guastando in quel preciso istante, e per sempre, la sua opera.

Il mercimonio viene dunque ad essere negazione dell’arte. Il suo stupro. Se ho come obiettivo il profitto, le mie linee, i miei colori saranno depravati da questa ventrale attitudine al soldo.

Tenco, a chi gli domandava perché scrivesse solo cose tristi, rispondeva che quando era felice usciva. Ora, l’arte non è sicuramente solo tristezza, come Tenco non scriveva in realtà solo cose tristi, ma il concetto è calzante. Un animo spensierato non è ispirato, come del resto una società opulenta. Anche quando si è innamorati, e si tocca il cielo con un dito come dicono i cantanti, non si è spensierati, ma si teme più o meno inconsciamente che l’oggetto del proprio amore  si allontani.

Scusate l’orrido miscuglio linguistico del titolo, ma le mie nozioni classiciste stanno svanendo dietro la mia pancia e la mia scrivania.

La citazione, abusata quanto -se non più- la trita “lentamente muore” di Martha Medeiros, afferma che a morire un po’ è chi parte. Perché.

Perché si lascia qualcosa di sicuro, di caro, o pezzi di vita da lasciare alle spalle, o, o.

I greci antichi, popolo costretto a emigrare per mangiare, partendo soffrivano anelando il ritorno (νόστος), inventando così la parola nostalgia.

Ma questa parola, non può tradursi anche con “dolore PER il ritorno” cioè “per essere tornati”?

Chi è Monsù Travet per sua pigrizia e per sua pusillanimità, ma soffoca sapendo di soffocare, perché con la mente vola assieme a Pindaro, soffre sempre per il ritorno. Ritorno al “cosa hai costruito”, al “come ti sei accomodato”.

 

L’été

in questo sole brutto
niente di fresco al tatto
e quanto rimpianto

ma i tuoi denti
in fila mi ridanno
quei vent’anni che non ho

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